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Autismo: prendi una marionetta per amico

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La cognizione sociale è un costrutto complesso che va ben al di là dell’acquisire alcune competenze su come comportarsi in determinate situazioni, adattandosi alle richieste dell’ambiente, ma implica la capacità, tipicamente umana, di impegnarsi in relazioni interpersonali e di comprendere i pensieri e le emozioni altrui. Tale capacità si manifesta in forme molto semplici già nei primi mesi di vita del bambino e assume forme sempre più complesse nelle diverse fasi dello sviluppo. L’aspetto della cognizione sociale è importantissimo nello sviluppo cognitivo: sta diventando sempre più chiaro che lo sviluppo cognitivo non è separato dal processo di organizzazione dell’esperienza sociale, ma è profondamente radicato in esso.

Se nel bambino con sviluppo tipico i passi che portano alla cognizione sociale avvengono naturalmente attraverso la continua esposizione a esperienze sociali, nel bambino autistico qualche meccanismo si inceppa. “Il nucleo fondante della patologia è la profonda impossibilità a porsi in un rapporto relazionale biunivoco con l’altro, essenza e dimensione del nostro essere persona; può essere studiato alla ricerca di quelle funzioni neuropsicologiche primigenie che in ciascuno di noi danno origine alla relazione con l’altro”, chiarisce il dottor Massimo Molteni, Direttore sanitario dell’IRCCS Eugenio Medea di Bosisio Parini, che ha voluto introdurre, in via sperimentale, un intervento innovativo di arte-terapia denominato SAS (Sviluppo Abilità Sociali) nel percorso riabilitativo dei bambini autistici seguiti dall’Istituto.

La metodologia, basata sull'interazione dei bambini con marionette (pupazzi animati dal terapeuta), è stata elaborata da Emmanuelle Rossini Drecq, ergoterapista, docente e ricercatrice del Dipartimento sanità della SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) nel corso della sua attività professionale di riabilitazione di bambini con autismo. Alla luce dei positivi risultati raggiunti, è nato un progetto di ricerca volto a testarne la validità, dal titolo “La Peut-on apprendre la cognition sociale? Une étude sur une intervention ergothérapeutiqueauprès de jeunes enfants atteints de troubles du spectre de l’autisme”.

La ricerca, che ha ottenuto il finanziamento del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNS Dore), sta per prendere il via in Svizzera e in Italia e sarà condotta in stretta collaborazione con la professoressa Evelyne Thommen dell’Università di Losanna (fra i massimi esperti svizzeri nel campo della cognizione sociale nei bambini con autismo); partecipano al progetto il Dipartimento Socialità e Sanità del Cantone Ticino, la Fondazione ticinese A.R.E.S (Autismo, Ricerca e Sviluppo), il Servizio di neuropediatria di Bellinzona, e due partner italiani, punti di riferimento nello studio dell’autismo e della cognizione sociale: il Centro di riabilitazione ambulatoriale “La Nostra Famiglia” di Como (in stretto collegamento con l’IRCCS "E. Medea" di Bosisio Parini) e il dipartimento di psicologia dello Sviluppo dell’Università di Torino. L’autismo è una patologia complessa e polimorfa: i bambini sono tutti diversi l’uno dall’altro, per modalità di comunicazione, interesse per gli altri, capacità immaginative e creative, abilità linguistiche. E’ ormai chiaro che esistono livelli di autismo differenti e che i bambini con autismo hanno potenziali di sviluppo alquanto diversi. I livelli di autismo e lo sviluppo cognitivo dei bambini impegnati nella sperimentazione saranno valutati usando i test più accreditati, senza tralasciare le indagini sulle funzioni linguistiche, ciò permetterà ai ricercatori, di comprendere, ad esempio, se le abilità di cognizione sociale eventualmente acquisite si possano ripercuotere anche sul linguaggio, migliorandone l’utilizzo.

Il campione dello studio sarà costituito da 36 bambini con disturbi dello spettro autistico, 24 seguiti con il metodo SAS e 12 con i metodi tradizionali. A questi sarà affiancato un gruppo di confronto di 20 bambini senza autismo. Nello specifico, la sperimentazione coinvolgerà tre gruppi di bambini, differenziati per età. Al Centro ambulatoriale di Como afferiscono i bambini più grandicelli (5-7 anni) che hanno già seguito un trattamento intensivo a Bosisio Parini. La metodologia ergoterapica si basa sul concetto che il coinvolgimento in un’attività, svolta in maniera mirata, possa avere effetti terapeutici; con il metodo SAS i bambini sono impegnati, in piccoli gruppi, in attività orientate all’azione e alla quotidianità, in cui sono inserite le marionette.

In genere i bambini autistici sono attratti da questi oggetti “parlanti”. Il vantaggio della marionetta è di avere una parte immobile ed una parte mobile (il volto). E’ possibile cambiare l’espressione del volto, attaccando e staccando delle faccine: volti che amplificano, in modo un po’ caricaturale (come fanno i bambini quando disegnano delle facce) l’espressione di un particolare stato d’animo (felicità, paura. rabbia, tristezza. disgusto, sorpresa). Il gioco con le marionette consente di esercitarsi nelle situazioni della vita reale in un ambiente sicuro, la cui artificialità può risultare accettabile a bambini cui la vita stessa può, per certi versi, apparire irreale, portando ad una riflessione sull’esperienza sociale in corso che viene rallentata, interrotta, replicata, analizzata e discussa: ad esempio, quale delle azioni del bambino ha indotto una particolare emozio¬ne sul volto della marionetta; perché la faccia della marionetta da arrabbiata è diventata così triste? (riconoscimento e cause dell’emozione).

Grazie a queste esperienze, il bambino riesce a cogliere le analogie con la realtà e migliorare la sua capacità di comprensione, divenendo a mano a mano sempre più indipendente dalla terapia: arriva un momento in cui utilizza spontaneamente questi mezzi (le marionette) e infine ne può anche fare a meno per comunicare con gli altri. “Risultati positivi sono stati osservati - commenta Emmanuelle Drecq - anche su bambini con autismo molto piccoli che non parlano o hanno deficit cognitivi importanti. C’è la speranza che anche questi bambini, grazie a un intervento più mirato a livello di cognizione socia¬le, riescano a integrarsi sempre di più”.

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A differenza di altri interventi psicoeducativi, il metodo si concentra sulla cogni¬zione sociale, anziché sulle competenze sociali. “Si è visto che il bambino non impara la competenza, impara la cognizione, ovvero la consapevolezza di come funziona veramente la relazione. Noi lavoriamo su questa consapevolezza”, precisa Emmanuelle Drecq. “Non basta insegnare a un bambino con autismo quale sia il comportamento più opportuno da tenere in certe situazioni, ad esempio insegnargli che quando entra in una stanza dove vi sono delle persone estranee deve salutare o dare la mano, presentandosi; il vero obiettivo è aiutarlo a migliorare la sua consapevolezza, capire le sue emozioni, migliorare il livello di empatia con l’altro - spiega Antonio Salandi, Direttore medico del Centro La Nostra Famiglia di Como - il primo obiettivo dello studio sarà capire fino a che punto, grazie a questo training, i bambini migliorano la loro capacità d'interazione con l’altro, la comprensione delle proprie emozioni e quelle altrui, sviluppando anche un linguaggio che integri in modo coerente la dimensione emotiva e affettiva”.

Osservando i filmati introduttivi si comprende come conti molto anche l’empatia del terapeuta nel costruire un’area di fiducia, nel coinvolgere il bambino in una storia (il ridere insieme o il piangere insieme, o il mimare insieme una faccia spaventata) nonché la capacità di rinforzare positivamente, anche solo con un sorriso, il comportamento del bambino quando sceglie, tra tante, la faccina con l’espressione adatta alla situazione in corso.

I presupposti teorici su cui poggia la metodologia fanno riferimento alla teoria della “Simulazione incarnata” elaborata dal professor Vittorio Gallese, professore di Fisiologia umana al Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, a partire dalla scoperta dei neuroni specchio (Gallese fece parte del gruppo di ricerca diretto da Giacomo Rizzolatti che, all’inizio degli anni 1990 all’Istituto di Fisiologia dell’Università di Parma, scoprì i neuroni specchio). Tale scoperta ha dimostrato che l’osservazione è qualcosa di attivo: i neuroni specchio, che furono originariamente scoperti nella corteccia premotoria dei macachi, si attivano sia quando vengono eseguite azioni finalizzate ad uno scopo sia quando si osservano le stesse azioni eseguite da altri.

Gallese ha proposto che il meccanismo funzionale alla base del doppio pattern di attivazione dei neuroni specchio sia una “simulazione incarnata” che a sua volta produce una “sintonia intenzionale” interpersonale. Il concetto può essere esteso alla dimensione emotiva. “Quando osserviamo l’espressione facciale di un altro, e questa percezione ci conduce ad identificare nell’altro un particolare stato affettivo, la sua emozione è ricostruita, esperita e compresa direttamente e compresa direttamente (automaticamente) mediante una simulazione incarnata che produce uno stato corporeo condiviso dall’osservatore”, sostiene Gallese. Tale prospettiva potrebbe permetterci di comprendere meglio fenomeni quali l’empatia (che richiede come prerequisito indispensabile la capacità di osservare e riconoscere in modo differenziato le emozioni di un’altra persona), le differenze individuali nelle capacità empatiche (ad esempio il caso dell’autismo), e le implicazioni per il processo terapeutico.

“Partiamo da delle ipotesi, speriamo di trovare delle conferme”- osserva Salandi - la grande sfida sarà riuscire a trasferire le abilità apprese nel setting terapeutico alle interazioni di tutti i giorni”. Come venire incontro alle grandi speranze dei genitori dei bambini autistici? “In questi casi - afferma Emmanuelle Drecq - riuscire a comunicare con il proprio bambino è forse la cosa più bella che si può offrire ad un genitore”.

Tratto da "LaStampa.it"



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