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Cosa si può fare per i bambini autistici

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Leggiamo spesso dell'autismo come di una patologia cronica e degenerativa, ma non è così. Si può fare molto per i bambini autistici e per i loro genitori, spesso disperati.
Sono vent'anni che ho a che fare con l'autismo e, finora, non c'è stato un caso in cui, applicando un metodo preciso, non abbia visto dei miglioramenti consistenti. Il metodo a cui mi riferisco è il frutto dell'invenzione di uno psicoanalista, Antonio Di Ciaccia, sulla base della teoria e della clinica di Freud e Lacan.

Di Ciaccia ha fondato nel 1974, a Bruxelles, l'Antenne 110, un'istituzione per bambini in gravi difficoltà psichiche, tra cui autistici. A partire da allora sono nate in Italia e all'estero numerose istituzioni che seguono la clinica dell'Antenne e molte altre, in tutto il mondo, hanno richiesto formazioni e supervisioni per migliorare il loro modo di lavorare con i bambini.

L’Antenne si basa sull’affermazione di Lacan che l’inconscio è strutturato come un linguaggio.1 Il trauma fondamentale è il linguaggio, con cui ognuno deve barcamenarsi, non essendoci alcun senso assoluto e predefinito.
“Il vero nodo traumatico non è la seduzione, la minaccia di castrazione, l’osservazione del coito, non è nemmeno la trasformazione dello statuto di tutto questo in fantasma, non è l’Edipo e la castrazione. Il vero nodo traumatico è il rapporto con la lingua.”2

L'autismo è una delle possibili risposte del soggetto a questa questione ed è una sorta di radicalizzazione della posizione psicotica.
Nel Seminario III Lacan parla del soggetto in posizione psicotica come martire dell’inconscio3, martire nel senso di testimone, martire per via della sua testimonianza, che, al contrario di quella del nevrotico, chiusa nei sogni e nei sintomi, sembrerebbe invece aperta, scoperta, tale da non consentirgli di condividerne il senso con gli altri.
Lacan4 fa notare che i cosiddetti normali altro non sono se non coloro che non prendono sul serio una larga parte del discorso interiore; il folle rappresenta dove si finirebbe se si cominciasse a prendere sul serio le cose.

In “Due note sul bambino” Lacan chiarisce come il bambino può essere il sintomo che rappresenta la coppia dei genitori, in questo caso è soggettivato e accetta di farsi rappresentare dai significanti. Nella perversione il bambino occupa il posto del feticcio, mentre nella psicosi il bambino realizza l’oggetto della madre, non fa che rivelarne la verità.
“Egli aliena in sé ogni accesso possibile della madre alla sua propria verità, dandole corpo, esistenza, e perfino esigenza di essere protetto.”5
La simbiosi non è tra il bambino e la mamma, ma tra il bambino e l’oggetto, in quanto il significante non funziona da separatore.
Sono i discorsi a frenare il godimento, a regolare la pulsione, e il bambino in posizione psicotica è nel linguaggio, ma non nel discorso, cioè non articola significante e godimento per fare legame sociale.


Non essendo in posizione di soggetto, lo psicotico non può estrarre dalla realtà l'oggetto come invece fa il nevrotico, questa estrazione fa da supporto al campo della realtà, gli fornisce il suo quadro, la cornice necessaria affinché il soggetto non possa confondersi con l'altro.
Confrontando la teoria di Lacan sulla psicosi con quelle di altri autori, come ad esempio Klein, Mahler, Bettelheim o Winnicott, rileviamo una differenza fondamentale. Per tutti questi autori la psicosi è intesa come una deviazione o un blocco in un processo che approderebbe altrimenti alla normalità.
Per Lacan invece non c'è alcuna normalità a cui approdare, poiché la mancanza è strutturale per il soggetto parlante, anche nell'autistico che non parla.
Molti psicoanalisti hanno dato credito a un falso mito nella relazione madre-bambino, cioè l’armonia nell’habitat materno6, mentre invece il trauma abita altrove ossia nell’incontro col linguaggio. In questo modo si libera anche la madre del bambino, autistico o psicotico, dal peso insopportabile di non essere una buona madre e di non avere garantito al figlio quella o quest'altra condizione del perfetto accudimento.


Per il bambino in posizione psicotica non è possibile la separazione dalla catena significante, ossia dal linguaggio; è anche per questo che non si fa all'Antenne 110 un lavoro propriamente analitico. Nessun operatore è in posizione di psicoanalista e nessuno fa delle interpretazioni.
Come spiega Di Ciaccia, il metodo si basa sulla parola e sul lavoro degli educatori. Per parola si intende il parlare al cosiddetto malato come a chiunque e per lavoro essenzialmente gli ateliers e le altre mansioni che svolgono gli operatori, che aiutano lo sviluppo di una relazione immaginaria, sulla base dell'identificazione.
Inoltre, nel caso specifico di bambini psicotici, e ancor di più autistici, l'operatore, o il terapeuta, gioca sempre nel campo del soggetto, cioè si mette sempre dalla sua parte, anche quando si rende artefice di atti distruttivi per sé o per gli altri. Questo perché il soggetto in posizione psicotica è sempre in condizione di doversi difendere dal godimento dell’altro, dal autismo2-194x250
quale non è separato, quindi è un altro che sa tutto, anche di lui, ed è sempre presente.
Fondamentale è quindi anche tenere una posizione di non sapere, né sul soggetto, né sul mondo. Le regole, l'organizzazione delle attività e le decisioni devono essere sempre stabilite in base a una garanzia simbolica e non devono mai dipendere dal capriccio degli operatori, che altrimenti diventano, con estrema facilità, persecutori.
Nella psicosi e nell'autismo è l'altro ad essere malato, occorre quindi che sia regolato, in modo da permettere la creazione di un modo originale di articolare pulsione e linguaggio, anche tramite l'invenzione di un sapere.

Nell'autismo la parola non mostra il suo potere di balsamo sul godimento, non implica distanza, ma è più facilmente nuda e cruda come il reale. Il bambino autistico non sdoppia linguaggio e godimento; per lui è lampante come la parola serva a godere.
Molto spesso l'autismo è visibile già a partire dall'anno e mezzo, soprattutto per via della chiusura interattiva, della fissità nel gioco, del linguaggio scarno o assente, anche se ci possono essere autistici molto verbosi. Lo sguardo di solito è molto schivo, sfuggente, sebbene, anche qui, ci sono bambini autistici dallo sguardo che non molla mai l'altro. Ci sono spesso stereotipie, rituali e una continua autostimolazione.
Fino a pochi anni fa, cioè prima che l'autismo diventasse di moda e fonte di finanziamenti, difficilmente veniva riconosciuto e questi bambini venivano presi come affetti da ritardo psico-motorio, sebbene sia di solito lampante la discrepanza tra l'utilizzazione degli strumenti verbali nel comportamento spontaneo e nelle risposte comunicative su richiesta.
Spesso i genitori vengono scoraggiati e colpevolizzati, anche per via del mito della famosa armonia tra madre e figlio che abbiamo visto essere del tutto fuorviante.
Applicando il metodo di cui vi ho parlato, con la collaborazione e la fiducia dei genitori, si possono avere effetti strabilianti e bambini, considerati spesso irrecuperabili, possono fare passi enormi nella conquista dell'autonomia, come il controllo degli sfinteri, riuscire a mangiare da soli, lavarsi e vestirsi, oltre che un cambiamento notevole nella parola e nella gestione dei rapporti interpersonali: bambini completamente isolati che mostrano affettività e cominciano a giocare con gli altri.
"Sono richieste delle condizioni anche ai partner del bambino autistico (...) La prima condizione è quella di saperci fare in prima persona, col proprio stile, sapendo giocare con la propria immagine, con la propria presenza, coi propri interessi, e soprattutto, col proprio corpo e col proprio umore."7
Nel lavoro con gli autistici, si preferisce di norma l'istituzione, meglio se residenziale, perché garantisce la continuità spazio-temporale e la permutazione degli educatori facilita l'instaurarsi dell'altro regolato, non persecutore; ma anche la terapia individuale dà effetti molto positivi.
L’insegnamento di Jacques Lacan, di Antonio Di Ciaccia, il lavoro pluriennale dell’Antenne 110, ci hanno spiegato la logica per rapportarsi con gli autistici. Considerare coloro che altri definiscono ‘irrecuperabili’ dei soggetti, sortisce degli effetti altrimenti impensabili.

Dice Lacan: “(I bambini autistici) non arrivano a intendere quello che lei ha da dire loro, in quanto lei se ne occupa” (Il sintomo, Ginevra 1975).
La risposta data da Lacan alla domanda di un partecipante è un modo di dire come mai in effetti capita spesso che i bambini autistici non intendono ciò che diciamo perché troppo presi dall’evitare la nostra presenza; proprio perché ce ne occupiamo, non possiamo intenderci. La frase lascia tuttavia vedere come possa accadere quella strepitosa contingenza per cui, nell’incontro con un altro che non sa e non gode, la costruzione del sintomo psicotico cessi di non scriversi8.
I bambini autistici sono già al lavoro, attraverso la costruzione di un sintomo, un motore, un meccanismo di distrazione, che permetta di ritagliarsi uno spazio proprio.
Occorre incarnare la funzione che il soggetto psicotico esige dal suo partner: cioè di autorizzarsi in prima persona, saper fare un posto all’enunciazione del soggetto, saper destituirsi come luogo del sapere ma mantenersi sempre un ‘altrove’, un desiderio di sapere che non miri al bambino ma ad estrarne la logica del suo operare.
Lo psicoanalista ha da tenere una posizione, una presenza che implica una mancanza, un posto vuoto, che permette una posizione di desiderio, incompleta riguardo al sapere, ma anche al godere. Fondamentale la funzione di distrazione, come dice Douglas Adams, scrittore umorista inglese: la tecnica del volo consiste in: primo, evitare gli ostacoli, e secondo, dimenticare quello che si sta facendo.


Annalisa Piergallini

Tratto da "Psiconline.it"



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