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Il Disturbo Post-Traumatico da Stress
disturbo-post-traumatico
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress è stato inserito ufficialmente nel DSM nel 1980, ma già nella letteratura del Novecento gli sono stati attribuiti nomi diversi, come nevrosi da guerra, cuore del soldato o shock post-traumatico, proprio per indicare una patologia che insorge in maniera acuta dopo l'esposizione ad eventi gravi ed estremamente stressanti che mettono a repentaglio la propria o altrui integrità. Mentre nei primi anni '80 si faceva per lo più riferimento alle conseguenze psicologiche vissute da persone con esperienze di guerra, da diversi anni vengono considerate molte altre situazioni come potenziali cause per lo sviluppo del DPTS, mantenendo nel DSM IV il riferimento alla gravità oggettiva della situazione (Fullerton e Ursano 2001).
Caratteristica principale dei soggetti con tale disturbo è la risposta che ne consegue che prevede un aumento considerevole del livello di ansia, l'evitamento degli stimoli che in qualche modo sono associati al trauma e una diminuzione significativa della reattività emozionale. Ovviamente l'evento causa del trauma e del conseguente 1213096335m47gv2
disturbo deve essere stato fonte di paura intensa, orrore e senso di impotenza.

I criteri diagnostici previsti dal DSM-IV TR sono i seguenti:
A. La persona è stata esposta ad un evento traumatico con le seguenti caratteristiche:
- la persona ha assistito o ha vissuto uno o più eventi che hanno implicato morte, minaccia di morte, lesioni o minaccia all'integrità fisica propria o di altri
- la risposta della persona è stata caratterizzata da paura intensa, orrore, senso di impotenza.
B. L'episodio traumatico viene rivissuto in uno o più dei seguenti modi:
- ricordi intrusivi e ricorrenti dell'evento (immagini, pensieri o percezioni)
- incubi ricorrenti sull'evento
- sentire o agire come se l'evento stesse per ripresentarsi (ad es. rivivere l'esperienza, allucinazioni, illusioni, episodi dissociativi di flashback)
- notevole disagio psicologico in seguito all'esposizione a fattori scatenanti interni o esterni associati all'evento traumatico
- reattività fisiologica a fattori scatenanti interni o esterni associati all'evento trumatico
C. Continuo evitamento degli stimoli associati con il trauma e ridotta modulazione delle risposte affettive (presenza di almento tre dei seguenti elementi):
- evitamento di sensazioni, pensieri e conversazioni associate al trauma
- evitamento di luoghi, persone, attività che rievocano in qualche modo l'evento traumatico
- incapacità di ricordare alcuni aspetti dell'evento traumatico
- marcata riduzione di partecipazione e interesse ad attività significative
- distacco e/o estraneità verso gli altri
- riduzione dell'affettività (es. incapacità di provare amore)
- pensieri negativi riguardo prospettive future.
D. Sintomi persistenti di aumentata attivazione fisiologica (presenza di almeno due tra i seguenti):
- difficoltà ad addormentarsi o sonno con frequenti risvegli notturni
- irritabilità o collera improvvise
- risposte eccessive di allarme
- difficoltà di concentrazione
- ipervigilanza.
I sintomi appena esposti devono essere presenti da almeno un mese e devono causare elevato disagio con compromissione dei diversi ambiti della vita del soggetto preso in esame. E' necessario anche differenziare tra PTDS "acuto" (durata dei sintomi inferiore a tre mesi), "cronico" (durata dei sintomi uguale o maggiore a tre mesi) o "a esordio ritardato" (esordio dei sintomi a distanza di almeno sei mesi dall'episodio traumatico).
I soggetti con PTDS possono sviluppare dipendenza da alcool o da droghe come tentativo di automedicazione per smorzare i sintomi e cercare di dimenticare il trauma, oltre ad elevato rischio di comportamenti suicidari, accompagnati da forti sentimenti di colpa per essere sopravvissuti ad eventi catastrofici in cui altre persone, soprattutto conoscenti, parenti o amici, hanno potuto perdere la vita.

Grazie ai diversi studi effettuati sull'argomento, oggi è possibile affermare comunque che non è sufficiente l'esposizione ad un evento traumatico per lo sviluppo del PTDS, ma vanno presi in considerazione una serie di fattori di rischio, tra cui: predisposizione genetica e familiarità, esposizione a precedenti eventi stressanti, altri disturbi psichiatrici, fattori di rischio biologici, caratteristiche del trauma etc...
Nell'effettuare una diagnosi di PTDS, inoltre, è fondamentale valutare la possibilità della presenza di quadri psicopatologici frequentemente associati, tra cui soprattutto depressione, disturbi d'ansia e abuso di sostanze. La depressione maggiore sembrerebbe essere il disturbo più frequentemente associato al PTDS nonostante la sovrapposizione di diversi sintomi comuni (anedonia, ritiro sociale, difficoltdi concentrazione irritabilite agitazione). Questa sovrapposizione è riscontrabile anche per i disturbi d'ansia; quindi è necessario porre molta attenzione in fase di diagnosi.
Nel valutare il paziente, è anche opportuno indagare se e in che termini, in seguito al trauma, è stata modificata l'immagine di sé, la propria autostima, il grado di strutturazione dell'Io ed individuare le strategie difensive e le risorse interne ed esterne messe in atto per far fronte al trauma.

Nel trattamento di questo disturbo assumono molta importanza la terapia farmacologica insieme ad approcci psicoterapici e ad interventi preventivi e di comunità.

La terapia farmacologica può considerarsi fondamentale, specie nelle fasi iniziali. Anche se non sono disponibili ancora molti studi che abbiano valutato l'efficacia dei diversi farmaci, soprattutto a lungo termine, una proposta di trattamento farmacologico del PTDS fa riferimento principalmente all'utilizzo di antidepressivi. In particolare, vengono utilizzati gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) che pare apportino miglioramento della sintomatologia, specialmente con riferimento all'ottundimento emotivo, e gli inibitori delle monoaminoossidasi (IMAO) che sembrerebbero migliorare i sintomi di riesperienza dell'evento traumatico. Vengono utilizzati anche gli ansiolitici, soprattutto benzodiazepine che, sebbene pare riducano l'ansia generalizzata manifestata generalmente dal paziente, non hanno alcun effetto sui sintomi centrali del disturbo e pare addirittura possano ostacolare la guarigione se assunti nelle prime settimane successive al trauma. Infine, pare si utilizzino anche anticonvulsivanti probabilmente per i contributi apportati soprattutto nel miglioramento dei sintomi da iperattivazione del sistema nervoso autonomo.

I trattamenti psicoterapeutici che possono essere utilizzati sono molteplici, ma tutti mirano al conseguimento dell'espressione delle emozioni collegate al trauma e al raggiungimento della fiducia in se stessi e di un contatto con il mondo esterno che sia positivo e funzionale.
Indipendentemente dalla tecnica utilizzata sarebbe sempre opportuno supportare il soggetto, specie nelle fasi iniziali della terapia, per rafforzare l'Io traumatizzato e per evitare che ci sia un peggioramento del distacco dalla realtà che, abbiamo detto, si verifica solo in alcuni momenti.
Un approccio adatto a questo tipo di pazienti è quello ad orientamento psicodinamico che permette di ottenere consapevolezza degli aspetti peculiari del vissuto degli stessi. Obiettivi da raggiungere in questo tipo di terapia sono il rafforzamento dei diversi aspetti della personalità che hanno subito modificazioni e lo sviluppo e l'utilizzo efficace di strategie di coping positive e funzionali.
Le terapie cognitivo-comportamentali, anch'esse utilizzate, si basano invece sulla teoria dell'apprendimento e puntano al decondizionamento e ricondizionamento positivo verso gli stimoli traumatici. Sono ovviamente effettuate in ambienti protetti e attraverso piccoli passi, per ottenere un progressivo controllo su se stessi e la propria reattività fisica e psichica.
E' possibile, infine, fare affidamento anche su psicoterapie di gruppo che pare siano anche molto utilizzate proficuamente, soprattutto negli Stati Uniti, per il trattamento di reduci di guerra.

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Dott.ssa Caterina Padulo



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