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Una e tante storie d'anoressia

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FRANCAVILLA  A MARE -«È stato dopo quello che è successo l’altra settimana che mi hanno spedita in terapia. Non glielo hanno  raccontato?». 

Inizia così una delle tante storie del libro "Anoressia rabbiosa. La ribellione muta e i sentimenti repressi" di Luciano Peirone ed Elena Gerardi, in libreria con Edizioni Psiconline. Nelle parole delle pazienti si rincorrono spunti e riflessioni sulla  malattia magra dell'opulenta società contemporanea.


Si stima che 1 donna su 200 abbia in qualche modo a che fare con l’anoressia e che  circa il 9 per cento delle ragazze, tra i 12 e i 25 anni d’età,  soffrano di Disturbi del comportamento alimentare, Dca, come bulimia, vomito, binge eating, obesità. Scende sempre di più l’età di esordio  della malattia, che oggi arriva a riguardare anche bambini e bambine di otto anni. Un fenomeno, dunque, su cui riflettere. Gerardi e Peirone hanno deciso di farlo, partendo dai racconti delle pazienti e affrontando quello che considerano l'aspetto al tempo stesso cruciale e di partenza per un giusto approccio all'anoressia: la rabbia  dell'anoressico.

«Con il termine “rabbiosa”», dicono i due autori, «abbiamo voluto sottolineare una componente emozionale che ricorre in diversi pazienti anoressici, nei quali prevalgono sentimenti negativi, anche potenti, che ruotano attorno a invidia, gelosia, aggressività, irascibilità e, tra le altre, conflittualità nei rapporti interpersonali. Il più delle volte queste caratteristiche risultano represse e rimosse, per cui la persona appare frenata  nell’esprimere questi stati d’animo, ovviamente difficili da rendere pubblici, per cui prevale la dimensione inconscia».

«Possibile che non gliel'abbiano raccontato. Possibile? Non importa, glielo dico io!»

continua la paziente. Ed è attraverso questo dialogo
medico-paziente, che il lettore entra pian piano nelle dinamiche nascoste della malattia magra.  «Era già da un po’ di tempo che mi assediavano tutti con la storia del cibo», racconta lacopertina_anoressia_rabbiosa_x_sito
giovane donna, «a me sembrava di ingozzarmi fin troppo ma loro non erano mai contenti, così devono aver deciso una loro strategia: ci saremmo ritrovati tutti insieme per il pranzo, perfino mio padre che in tutti questi anni ha sempre avuto improrogabili colazioni di lavoro! Immagini la scena, tutti a guardare nel mio piatto, tutti a sorridermi
sdolcinati e a dirmi che dovevo sforzarmi di mangiare di più.


Sforzarmi di mangiare di più? Mi sono alzata di scatto facendo volare il piatto in mille pezzi e sono uscita in lacrime urlando che d'ora in  poi dovevano togliere il mio posto a tavola». Lo specialista in questo caso da quale spunto di analisi parte? «Il rabbioso scatto», rispondono Peirone e Gerardi, «è rivolto materialmente al piatto mandato in frantumi: ma è simbolicamente rivolto ai detestati
familiari che “costringono” alla nutrizione. Il rituale
pseudo-liberatorio, che illude sulla presunta autonomia del soggetto,  annulla il “luogo del cibo”. Eclatante il gesto, inequivocabile il  significato: “Io vi odio!” , e, sia pur implicito, “Io non mi amo…”».

Sipo Beverelli

'EdizioniPsiconline'



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